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Iscritto il: 21/06/2004
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Megatron: Origin (2 di 4)
“Megatron: Origin” (2 di 4)
Storia: Eric Holmes
Arte: Alex Milne e Marcelo Matere (pagine 12-19)
Colori: Josh Perez
Copertina A di Alex Milne; copertina B di Marcelo Matere
Pubblicato dalla casa editrice IDW nel luglio 2007.
La storia
Megatron si esibisce in una battaglia nell’Arena, durante la quale sembra non avere il coraggio di uccidere l’avversario sconfitto. Ma è solo un‘esitazione che passa immediatamente e il pubblico va in visibilio per la sua violenza efferata.
Il cinico e corrotto Senatore Ratbat, che passa il tempo a manipolare l’economia e i conflitti sociali per il proprio tornaconto, viene a sapere di questi combattimenti letali illegali e posa i sensori ottici sulla stella nascente di Megatron.
Durante l’ennesima battaglia in cui il capitano della sua squadra, Clench, viene ferito, Megatron riesce comunque a guidare i compagni alla vittoria, guadagnandosi a sua volta il grado di capitano.
Sentinel Prime si presenta alla Squadra di Reazione (Prowl, Blades, Hound, Roadbuster, Whirl, Jazz, Bumper e Fastback), organizzando in modo spiccio la risposta a questa attività illegale: una rete di sorveglianza per scoprire dove si terrà il prossimo combattimento e arrestare organizzatori e partecipanti.
Bumper e Fastback, sorvegliando un’area industriale abbandonata, incappano nei Constructicon al lavoro e scoprono l’arcano: l’Arena non viene spostata, ma costruita direttamente sul posto prescelto, per opera di questi abili ingegneri.
Sul posto giunge anche Megatron, accompagnato da Frenzy e Rumble. Ha appuntamento con un robot a lui sconosciuto, che si presenta come Soundwave e gli offre, fra le alte cose, una tecnologia di armi da fuoco molto avanzata.
Il ‘padrone’ di Soundwave vuole solamente che Megatron e i suoi usino quelle armi come meglio credono.
Megatron si accorge della presenza delle due spie Autobot, che vengono aggredite e catturate da Laserbeak, Buzzsaw e Ravage.
Sotto gli occhi di Bumper, Megatron spappola con un piede la testa di Fastback, per convincerlo a dire tutto ciò che sa.
Soundwave interviene e ricorre a un metodo più efficace: la tortura da parte di Laserbeak e la lettura del pensiero.
Ottenute le informazioni sulla trappola tesa dagli Autobot, Megatron squarta anche Bumper, vendicandosi dell’insulto che questi gli ha lanciato poco prima (‘psicopatico’).
Note
A differenza della miniserie estiva del 2006 (Stormbringer), Megatron: Origin non presenta una numerazione che prosegua quella della saga G1 di Infiltration e successivi.
Che fine ha fatto la sottotrama annunciata in conclusione di Megatron: Origin #1? Del Senatore Decimus, rapito da Megatron, non si parla più, così come cade nel limbo l’indagine relativa che Prowl avrebbe dovuto condurre.
Tra i numerosissimi cameo del pubblico dell’Arena di questa storia, che si estendono fino ai personaggi G2, citiamo solo i più facili e immediatamente riconoscibili: Spinister, Slugslinger, Starscream e Sunstreaker (dato il carattere del personaggio, non stupisce trovarlo qui).
Il pubblico dell’Arena, per incitare Megatron a uccidere l’avversario, grida ‘Till All Are One’, distorcendo così la famosa frase che esordì sulla bocca del morente Optimus Prime in The Animated Movie del 1986.
Nell’immagine relativa alle indagini sull’arena, le forze di polizia sono rappresentate da Prowl e da Red Alert.
In una squadra di Gladiatori, insieme a Megatron appaiono anche Hun-Grrr e Tantrum.
Clench è un Decepticon G2.
Bumper non viene mai chiamato per nome in tutta la storia. Fastback è un personaggio creato appositamente per questa vicenda (e infatti muore, nella tipica sindrome ‘maglia rossa’ di Star Trek).
Nell’area industriale dimessa compaiono due Transformer accattoni di Marvelliana memoria: il primo, che fruga nei rifiuti, è Scrounge e il secondo è l’anonimo Svuotato verde che vendeva informazioni agli Autobot della Resistenza (vedi per entrambi G1 Marvel US #16-17).
Tra gli interessi di Ratbat, vi è un investimento nella tecnologia di levitazione, che sembra un riferimento alla capacità di volo in forma robotica che nella serie animata G1 era inizialmente una peculiarità Decepticon.
A quanto pare, Soundwave lavora attualmente per Ratbat.
Nella proiezione olografica delle armi avanzate, che Soundwave presenta a Megatron, sono riconoscibili le armi di alcuni modellini Decepticon G1.
I Constructicon e Ravage mantengono l’aspetto che Don Figueroa ha donato loro per The War Within.
Laserbeak e Buzzsaw sono invece stati differenziati.
La parlata di Soundwave imita, in parte, quella della sua versione animata G1.
Inoltre, Soundwave utilizza il suo potere di lettura delle onde cerebrali descritto nel Profilo G1 Marvel.
Galleria delle copertine.
Osservazioni
Il riassunto in seconda di copertina racconta: ‘Mentre senatori corrotti traggono profitto dalle forniture di energia statali, il crescente numero di disoccupati non riesce nemmeno a trovare il carburante per sostentarsi’.
Chiunque abbia desunto queste stesse informazioni dalla lettura di Megatron: Origin #1 alzi la mano, perché si merita un premio in qualità di telepate sintonizzato sulla mente di Eric Holmes.
Tutti concordiamo che un’eccessiva esposizione degli elementi narrativi può annoiare e appesantire la storia, ma qui siamo di fronte al caso opposto: talmente involuta e scarna è stata la narrazione del #1, che neppure il minimo accenno di questi elementi era presente. Dalle parole di Decimus, infatti, sembrava che l’Energon fosse necessario per vivere e che la sua politica fosse quella di tutto il Senato: da nessuna parte emergevano dettagli che indicassero corruzione o profitto personale. E ancora, quando i minatori protestavano, sembrava che fosse perché a loro piaceva lavorare in miniera: non c’era il minimo accenno alla disoccupazione e alla mancanza di sostentamento.
Ma è davvero possibile che per comprendere gli eventi di un fumetto sia necessario leggere il riassunto del numero successivo?
Come molti fan da tempo sottolineano, c’è già un precedente altrettanto negativo, nella gestione della saga G1 della Dreamwave a opera di James McDonough e Adam Patyk, dove gli aspetti fondamentali della storia non erano esposti nel fumetto vero e proprio, ma piuttosto nelle schede tecniche del More Than Meets The Eye.
A peggiorare l’incomprensibilità giunge anche la mancata gestione dei nomi dei personaggi: nel #1, Megatron non viene mai chiamato per nome, in apparenza come se dovesse ancora meritarsi questa designazione a fronte di chissà qualche sconvolgente colpo di scena o evento dal valore iniziatico; in questo albo, si prosegue sullo stesso tono fino a pagina 16, dove poi il nome viene buttato lì per caso (‘Sei tu Megatron?’, ‘Sì, ciao, come va.’). Holmes è pooco a suo agio nella scrittura di un fumetto serializzato e non riesce a giostrare adeguatamente le informazioni fondamentali necessarie per un lettore non iniziato: certamente il fanboy medio riconosce ogni singolo personaggio, perché ricorda perfettamente ogni modellino, ma questo approccio poco si adatta a storie destinate a un pubblico più vasto.
La storia continua a evolversi in maniera impersonale, senza mai concedere al lettore un minimo scorcio sulla personalità di Megatron che non vada oltre le banalità già note dei suoi atti di violenza parossistica e immotivata.
Davvero Megatron è tutto qui?
Che differenza abissale rispetto al personaggio Marvel: all’epoca, sembrava appena abbozzato; adesso, in confronto a questa versione ‘moderna’, risultava sfaccettato e complesso come pochi.
E che differenza anche con il resto della produzione IDW: se finora lo stile Spotlight aveva saputo sintetizzare gli aspetti storici di un personaggio classico e aggiungerne altri inediti e nel contempo coerenti, Megatron: Origin compie invece il percorso opposto, banalizzano un personaggio di importanza capitale.
Una cosa del genere sarebbe anche accettabile in opere di novizi come gli autori diTFTM07, ma Holmes risulta essere un esperto della saga a fumetti dei Transformer, sin dal 1984.
I sovrabbondanti cameo di quest’albo lo dimostrano senza alcun dubbio, ma indicano anche il suo limite più grave: Holmes sa a memoria ogni tavola della produzione Marvel, ricorda tutti i personaggi e i loro Profili, ma manca invece nel modo più totale della intima comprensione degli stessi.
Si direbbe proprio che Holmes non capisca i Transformer e si limiti a farli recitare come burattini, dove invece altri autori li fanno vivere (non solo l’ovvio Simon Furman, ma anche Nick Roche).
La questione dei cameo infiniti solleva anche un altro aspetto: la storia in sé è talmente esile e scontata che il lettore a un certo punto smette di seguirla e si concentra solo sul divertente esercizio di riconoscere gli oscuri personaggi che compaiono sullo sfondo.
Holmes ha davvero profuso impegno enorme nel fare le liste dei Transformer ‘comparsa’, ma sembra che ciò sia andato a discapito di trama e sceneggiatura, ridotte a poco più di un canovaccio.
L’ovvietà del racconto è tale che, anche estraniandosi per qualche pagina mentre partecipa il giochetto dei cameo, quando il lettore torna a seguire la vicenda non ha la minima sensazione di aver perso qualche passaggio fondamentale.
Come già detto in precedenza, gli elementi narrativi della vicenda (arene per combattimenti illegali; scommesse clandestine; mercato nero dei filmati sulle battaglie mortali in questione) sono una summa di luoghi comuni del cyberpunk, già visti troppe volte e cuciti insieme con poca grazia.
Non che ci sia qualcosa di male nel riutilizzarli; l’errore sta nel trasformarli in un cardine narrativo pesantemente ridondante e nell’impiegarli a ripetizione, per dilungarsi in ventidue pagine, invece che sintetizzarli in poche e telegrafiche vignette.
La caratterizzazione dei personaggi continua a essere scolpita con l’accetta: Ratbat è cinico e avido (un clone di Decimus), Soundwave è un pupazzo telegrafico (in una regressione al personaggio un po’ infantile della serie animata G1), Megatron è isterico e imprevedibilmente violento, Sentinel Prime è un fanatico talmente pieno di sé da risultare parodistico (come può costui essere un Prime, se ci basiamo sulla definizione che ne viene data in Spotlight: Optimus Prime?).
Basta.
Non c’è altro in tutta la storia.
Paradossalmente, gli unici aspetti interessanti di questa vicenda riguardano Ratbat, Soundwave e i Constructicon, giustificando ampiamente l’ironia di chi sostiene che la serie avrebbe dovuto chiamarsi in realtà Decepticons: Origin, tanto per mantenere un briciolo di coerenza col fatto che su Megatron non si apprende davvero nulla.
Non c’è alcun dubbio che quanto letto finora in queste quarantaquattro pagine di Megatron: Origin avrebbe potuto più facilmente (e intelligentemente) essere condensato in undici pagine narrate dalla soggettiva di Megatron. Il risultato sarebbe stato molto più illuminate e, sicuramente, coinvolgente.
Artisticamente parlando, Alex Milne continua ad affliggerci con il suo particolare senso della narrazione, che consiste nell’alternare vignette inutilmente grandi (dalle inquadrature troppo ravvicinate) a sciami di vignette microscopiche in cui si svolge l’azione fondamentale (cosa cui pare contribuiscano le sceneggiature, stando all’artista).
In entrambi i casi, la difficoltà di decifrare i disegni è notevole, ma c’è dell’altro.
Milne utilizza diecimila vignette per narrare qualcosa che, nella sua immediatezza, ne richiederebbe una sola; i dialoghi e le didascalie stentati aggiunte da Holmes dimostrano quanto anche lo sceneggiatore si trovi a disagio in questa sovrabbondanza di dettagli.
Per citare John Byrne. Dove quest’ultimo disegnava una sola vignetta in cui Ciclope spara un raggio ottico e colpisce il nemico, George Perez disegnava invece tre vignette: una con Ciclope che spara, una con il raggio che viaggia, una con il nemico che viene colpito.
Ma bisogna essere Perez per farlo.
E decisamente Milne non è Perez.
L’unico sollievo ci è dato dall’intervento di Marcelo Matere, presumibilmente per sopperire ai ritardi di Milne, che ha realizzato in contemporanea anche la miniserie Movie Adaptation.
E’ nelle tavole di Matere, infatti, se la narrazione diviene graficamente più limpida e lineare e se possiamo vedere i Constructicon in stile War Within e un Soundwave dalle prospettive dignitose e dalle proporzioni rigorose.
La solita nota di demerito (che ripetiamo come dischi incantati) va al colorista, Josh Perez, che come sempre propone colori incredibilmente cupi, soffocando in un buio indecifrabile anche le scene che dovrebbero essere perfettamente chiare. Se sull’arte di Matere ciò influisce solo in parte e non ne compromette la leggibilità, su quella di Milne invece questo approccio peggiora le cose esponenzialmente.
Nota a posteriori. In seguito alla reazione dei fan sul forum IDW, sia lo scrittore che l’artista hanno attribuito alla IDW una gestione malaccorta della stampa della miniserie, tanto che la sua ristampa in Trade Paperback ha subito parecchie revisioni: Holmes ha riveduto i dialoghi, aggiungendone altri che spiegassero gli eventi e la trama; la colorazione è stata resa più chiara e brillante. Irritato dalle critiche, Holmes ha anche dichiarato che il titolo della miniserie gli sarebbe stato imposto dalla IDW, lasciando sconcertati i fan che avevano letto la sua intervista e le sue inequivocabili dichiarazioni riguardo alla miniserie.
Storia: Eric Holmes
Arte: Alex Milne e Marcelo Matere (pagine 12-19)
Colori: Josh Perez
Copertina A di Alex Milne; copertina B di Marcelo Matere
Pubblicato dalla casa editrice IDW nel luglio 2007.
La storia
Megatron si esibisce in una battaglia nell’Arena, durante la quale sembra non avere il coraggio di uccidere l’avversario sconfitto. Ma è solo un‘esitazione che passa immediatamente e il pubblico va in visibilio per la sua violenza efferata.
Il cinico e corrotto Senatore Ratbat, che passa il tempo a manipolare l’economia e i conflitti sociali per il proprio tornaconto, viene a sapere di questi combattimenti letali illegali e posa i sensori ottici sulla stella nascente di Megatron.
Durante l’ennesima battaglia in cui il capitano della sua squadra, Clench, viene ferito, Megatron riesce comunque a guidare i compagni alla vittoria, guadagnandosi a sua volta il grado di capitano.
Sentinel Prime si presenta alla Squadra di Reazione (Prowl, Blades, Hound, Roadbuster, Whirl, Jazz, Bumper e Fastback), organizzando in modo spiccio la risposta a questa attività illegale: una rete di sorveglianza per scoprire dove si terrà il prossimo combattimento e arrestare organizzatori e partecipanti.
Bumper e Fastback, sorvegliando un’area industriale abbandonata, incappano nei Constructicon al lavoro e scoprono l’arcano: l’Arena non viene spostata, ma costruita direttamente sul posto prescelto, per opera di questi abili ingegneri.
Sul posto giunge anche Megatron, accompagnato da Frenzy e Rumble. Ha appuntamento con un robot a lui sconosciuto, che si presenta come Soundwave e gli offre, fra le alte cose, una tecnologia di armi da fuoco molto avanzata.
Il ‘padrone’ di Soundwave vuole solamente che Megatron e i suoi usino quelle armi come meglio credono.
Megatron si accorge della presenza delle due spie Autobot, che vengono aggredite e catturate da Laserbeak, Buzzsaw e Ravage.
Sotto gli occhi di Bumper, Megatron spappola con un piede la testa di Fastback, per convincerlo a dire tutto ciò che sa.
Soundwave interviene e ricorre a un metodo più efficace: la tortura da parte di Laserbeak e la lettura del pensiero.
Ottenute le informazioni sulla trappola tesa dagli Autobot, Megatron squarta anche Bumper, vendicandosi dell’insulto che questi gli ha lanciato poco prima (‘psicopatico’).
Note
A differenza della miniserie estiva del 2006 (Stormbringer), Megatron: Origin non presenta una numerazione che prosegua quella della saga G1 di Infiltration e successivi.
Che fine ha fatto la sottotrama annunciata in conclusione di Megatron: Origin #1? Del Senatore Decimus, rapito da Megatron, non si parla più, così come cade nel limbo l’indagine relativa che Prowl avrebbe dovuto condurre.
Tra i numerosissimi cameo del pubblico dell’Arena di questa storia, che si estendono fino ai personaggi G2, citiamo solo i più facili e immediatamente riconoscibili: Spinister, Slugslinger, Starscream e Sunstreaker (dato il carattere del personaggio, non stupisce trovarlo qui).
Il pubblico dell’Arena, per incitare Megatron a uccidere l’avversario, grida ‘Till All Are One’, distorcendo così la famosa frase che esordì sulla bocca del morente Optimus Prime in The Animated Movie del 1986.
Nell’immagine relativa alle indagini sull’arena, le forze di polizia sono rappresentate da Prowl e da Red Alert.
In una squadra di Gladiatori, insieme a Megatron appaiono anche Hun-Grrr e Tantrum.
Clench è un Decepticon G2.
Bumper non viene mai chiamato per nome in tutta la storia. Fastback è un personaggio creato appositamente per questa vicenda (e infatti muore, nella tipica sindrome ‘maglia rossa’ di Star Trek).
Nell’area industriale dimessa compaiono due Transformer accattoni di Marvelliana memoria: il primo, che fruga nei rifiuti, è Scrounge e il secondo è l’anonimo Svuotato verde che vendeva informazioni agli Autobot della Resistenza (vedi per entrambi G1 Marvel US #16-17).
Tra gli interessi di Ratbat, vi è un investimento nella tecnologia di levitazione, che sembra un riferimento alla capacità di volo in forma robotica che nella serie animata G1 era inizialmente una peculiarità Decepticon.
A quanto pare, Soundwave lavora attualmente per Ratbat.
Nella proiezione olografica delle armi avanzate, che Soundwave presenta a Megatron, sono riconoscibili le armi di alcuni modellini Decepticon G1.
I Constructicon e Ravage mantengono l’aspetto che Don Figueroa ha donato loro per The War Within.
Laserbeak e Buzzsaw sono invece stati differenziati.
La parlata di Soundwave imita, in parte, quella della sua versione animata G1.
Inoltre, Soundwave utilizza il suo potere di lettura delle onde cerebrali descritto nel Profilo G1 Marvel.
Galleria delle copertine.
Osservazioni
Il riassunto in seconda di copertina racconta: ‘Mentre senatori corrotti traggono profitto dalle forniture di energia statali, il crescente numero di disoccupati non riesce nemmeno a trovare il carburante per sostentarsi’.
Chiunque abbia desunto queste stesse informazioni dalla lettura di Megatron: Origin #1 alzi la mano, perché si merita un premio in qualità di telepate sintonizzato sulla mente di Eric Holmes.
Tutti concordiamo che un’eccessiva esposizione degli elementi narrativi può annoiare e appesantire la storia, ma qui siamo di fronte al caso opposto: talmente involuta e scarna è stata la narrazione del #1, che neppure il minimo accenno di questi elementi era presente. Dalle parole di Decimus, infatti, sembrava che l’Energon fosse necessario per vivere e che la sua politica fosse quella di tutto il Senato: da nessuna parte emergevano dettagli che indicassero corruzione o profitto personale. E ancora, quando i minatori protestavano, sembrava che fosse perché a loro piaceva lavorare in miniera: non c’era il minimo accenno alla disoccupazione e alla mancanza di sostentamento.
Ma è davvero possibile che per comprendere gli eventi di un fumetto sia necessario leggere il riassunto del numero successivo?
Come molti fan da tempo sottolineano, c’è già un precedente altrettanto negativo, nella gestione della saga G1 della Dreamwave a opera di James McDonough e Adam Patyk, dove gli aspetti fondamentali della storia non erano esposti nel fumetto vero e proprio, ma piuttosto nelle schede tecniche del More Than Meets The Eye.
A peggiorare l’incomprensibilità giunge anche la mancata gestione dei nomi dei personaggi: nel #1, Megatron non viene mai chiamato per nome, in apparenza come se dovesse ancora meritarsi questa designazione a fronte di chissà qualche sconvolgente colpo di scena o evento dal valore iniziatico; in questo albo, si prosegue sullo stesso tono fino a pagina 16, dove poi il nome viene buttato lì per caso (‘Sei tu Megatron?’, ‘Sì, ciao, come va.’). Holmes è pooco a suo agio nella scrittura di un fumetto serializzato e non riesce a giostrare adeguatamente le informazioni fondamentali necessarie per un lettore non iniziato: certamente il fanboy medio riconosce ogni singolo personaggio, perché ricorda perfettamente ogni modellino, ma questo approccio poco si adatta a storie destinate a un pubblico più vasto.
La storia continua a evolversi in maniera impersonale, senza mai concedere al lettore un minimo scorcio sulla personalità di Megatron che non vada oltre le banalità già note dei suoi atti di violenza parossistica e immotivata.
Davvero Megatron è tutto qui?
Che differenza abissale rispetto al personaggio Marvel: all’epoca, sembrava appena abbozzato; adesso, in confronto a questa versione ‘moderna’, risultava sfaccettato e complesso come pochi.
E che differenza anche con il resto della produzione IDW: se finora lo stile Spotlight aveva saputo sintetizzare gli aspetti storici di un personaggio classico e aggiungerne altri inediti e nel contempo coerenti, Megatron: Origin compie invece il percorso opposto, banalizzano un personaggio di importanza capitale.
Una cosa del genere sarebbe anche accettabile in opere di novizi come gli autori diTFTM07, ma Holmes risulta essere un esperto della saga a fumetti dei Transformer, sin dal 1984.
I sovrabbondanti cameo di quest’albo lo dimostrano senza alcun dubbio, ma indicano anche il suo limite più grave: Holmes sa a memoria ogni tavola della produzione Marvel, ricorda tutti i personaggi e i loro Profili, ma manca invece nel modo più totale della intima comprensione degli stessi.
Si direbbe proprio che Holmes non capisca i Transformer e si limiti a farli recitare come burattini, dove invece altri autori li fanno vivere (non solo l’ovvio Simon Furman, ma anche Nick Roche).
La questione dei cameo infiniti solleva anche un altro aspetto: la storia in sé è talmente esile e scontata che il lettore a un certo punto smette di seguirla e si concentra solo sul divertente esercizio di riconoscere gli oscuri personaggi che compaiono sullo sfondo.
Holmes ha davvero profuso impegno enorme nel fare le liste dei Transformer ‘comparsa’, ma sembra che ciò sia andato a discapito di trama e sceneggiatura, ridotte a poco più di un canovaccio.
L’ovvietà del racconto è tale che, anche estraniandosi per qualche pagina mentre partecipa il giochetto dei cameo, quando il lettore torna a seguire la vicenda non ha la minima sensazione di aver perso qualche passaggio fondamentale.
Come già detto in precedenza, gli elementi narrativi della vicenda (arene per combattimenti illegali; scommesse clandestine; mercato nero dei filmati sulle battaglie mortali in questione) sono una summa di luoghi comuni del cyberpunk, già visti troppe volte e cuciti insieme con poca grazia.
Non che ci sia qualcosa di male nel riutilizzarli; l’errore sta nel trasformarli in un cardine narrativo pesantemente ridondante e nell’impiegarli a ripetizione, per dilungarsi in ventidue pagine, invece che sintetizzarli in poche e telegrafiche vignette.
La caratterizzazione dei personaggi continua a essere scolpita con l’accetta: Ratbat è cinico e avido (un clone di Decimus), Soundwave è un pupazzo telegrafico (in una regressione al personaggio un po’ infantile della serie animata G1), Megatron è isterico e imprevedibilmente violento, Sentinel Prime è un fanatico talmente pieno di sé da risultare parodistico (come può costui essere un Prime, se ci basiamo sulla definizione che ne viene data in Spotlight: Optimus Prime?).
Basta.
Non c’è altro in tutta la storia.
Paradossalmente, gli unici aspetti interessanti di questa vicenda riguardano Ratbat, Soundwave e i Constructicon, giustificando ampiamente l’ironia di chi sostiene che la serie avrebbe dovuto chiamarsi in realtà Decepticons: Origin, tanto per mantenere un briciolo di coerenza col fatto che su Megatron non si apprende davvero nulla.
Non c’è alcun dubbio che quanto letto finora in queste quarantaquattro pagine di Megatron: Origin avrebbe potuto più facilmente (e intelligentemente) essere condensato in undici pagine narrate dalla soggettiva di Megatron. Il risultato sarebbe stato molto più illuminate e, sicuramente, coinvolgente.
Artisticamente parlando, Alex Milne continua ad affliggerci con il suo particolare senso della narrazione, che consiste nell’alternare vignette inutilmente grandi (dalle inquadrature troppo ravvicinate) a sciami di vignette microscopiche in cui si svolge l’azione fondamentale (cosa cui pare contribuiscano le sceneggiature, stando all’artista).
In entrambi i casi, la difficoltà di decifrare i disegni è notevole, ma c’è dell’altro.
Milne utilizza diecimila vignette per narrare qualcosa che, nella sua immediatezza, ne richiederebbe una sola; i dialoghi e le didascalie stentati aggiunte da Holmes dimostrano quanto anche lo sceneggiatore si trovi a disagio in questa sovrabbondanza di dettagli.
Per citare John Byrne. Dove quest’ultimo disegnava una sola vignetta in cui Ciclope spara un raggio ottico e colpisce il nemico, George Perez disegnava invece tre vignette: una con Ciclope che spara, una con il raggio che viaggia, una con il nemico che viene colpito.
Ma bisogna essere Perez per farlo.
E decisamente Milne non è Perez.
L’unico sollievo ci è dato dall’intervento di Marcelo Matere, presumibilmente per sopperire ai ritardi di Milne, che ha realizzato in contemporanea anche la miniserie Movie Adaptation.
E’ nelle tavole di Matere, infatti, se la narrazione diviene graficamente più limpida e lineare e se possiamo vedere i Constructicon in stile War Within e un Soundwave dalle prospettive dignitose e dalle proporzioni rigorose.
La solita nota di demerito (che ripetiamo come dischi incantati) va al colorista, Josh Perez, che come sempre propone colori incredibilmente cupi, soffocando in un buio indecifrabile anche le scene che dovrebbero essere perfettamente chiare. Se sull’arte di Matere ciò influisce solo in parte e non ne compromette la leggibilità, su quella di Milne invece questo approccio peggiora le cose esponenzialmente.
Nota a posteriori. In seguito alla reazione dei fan sul forum IDW, sia lo scrittore che l’artista hanno attribuito alla IDW una gestione malaccorta della stampa della miniserie, tanto che la sua ristampa in Trade Paperback ha subito parecchie revisioni: Holmes ha riveduto i dialoghi, aggiungendone altri che spiegassero gli eventi e la trama; la colorazione è stata resa più chiara e brillante. Irritato dalle critiche, Holmes ha anche dichiarato che il titolo della miniserie gli sarebbe stato imposto dalla IDW, lasciando sconcertati i fan che avevano letto la sua intervista e le sue inequivocabili dichiarazioni riguardo alla miniserie.

"Come Autobot... no, come essere pensante, combattere deve essere l'ultima alternativa."
(Optimus Prime, "Un tuono in lontananza!")
Transformers: Seeds Of Deception - Masters Of The Universe / Princess Of Power - Transformers: The Untold Marvels.









