E invece Ultra Magnus non c'è.
Impostato come
Fantastic Four: "Terror in a Tiny Town" di John Byrne, il settimo albo della serie si concentra su Shana M. O'Hara (alias Scarlet) che ritorna alla sua vita di moglie e madre in un anonimo quartiere da periferia statunitense, finalmente guarita dalle sue manie.
I G.J. Joe sono giocattoli, i Transformer sono un cartone animato.
Il pianeta "Cybertron" fu ideato da tre creativi di un'azienda che si chiamavano rispettivamente Cy, Bert e Ron.
Poco importano gli spettri che le compaiono intorno, per rivelarle che l'intera città è costruita sul terreno sacro di Nebulos, dove essi sono morti.
Rasandosi i capelli alla mohicana, Shana scopre una cicatrice sulla propria testa, e un congegno al suo interno: attivandolo, si collega mentalmente col Generale Flagg, che le ordina di uscire da quella realtà fittizia con tutta la sua squadra.
Scarlet vorrebbe restare, per ottenere tutte le informazioni possibili sul nemico, ma ogni minuto che passa la rende più vulnerabile.
Non le resta quindi che risvegliare Mutt e il resto della sua squadra, non senza sterminare la propria "famiglia" (marito e figli, tutti mostruosità artificiali con aspetto umano) per scindere i falsi legami emotivi con quel luogo.
Fuggendo a bordo di veicoli Autobot ancora ipnotizzati (Inferno, Arcee, Seaspray), la squadra riesce ad abbandonare la città fittizia che è stata costruita sull'intero corpo di Scorponok, riunendosi a Optimus Prime.
Scarlett resta nella città per regolare i conti con Mindbender (che viene collegato alla "macchina dei sogni" e spedito in coma permanente) e per mettere fuori gioco lo stesso Lord Zarak, vendicando i fantasmi dei Nebulani.
Le ultime parole di Mindbender sono dedicate allo scopo finale di quel mostruoso esperimento: Megatron vuole fondere irreversibilmente umani e cybertroniani per ottenere finalmente la chiave universale di decodifica dei segnali neurali degli esseri viventi, il che si tradurrebbe nel controllo mentale assoluto.
Ancora una volta, Tom Scioli ci spiazza con un'impostazione atipica per questo fumetto, che non è mai uguale a se stesso: dopo averci storditi con una narrazione incalzante e sincopata, dove trovavano spazio un'infinità di voci e di eventi paralleli, Scioli rallenta e si concentra su un solo personaggio, calato in una realtà fittizia da incubo che è un classico consolidatissimo del genere fantastico-fantascientifico.
La sceneggiatura di Scioli è da manuale: il contenuto dei dialoghi, il ritmo della vicenda, i tempi, le situazioni... ogni elemento si incastra perfettamente nella strutttura tipica di queste situazioni: il protagonista non riesce a opporsi all'inganno che pervade tutta la sua vità, si arrende alla normalità della realtà che gli viene imposta, e si adegua alla situazione idilliaca e borghese; ma proprio quando sembra rassegnato, ecco che trova un appiglio inatteso, e il personaggio rivela di avere solo finto di arrendersi; da qui, in cascata, tutta la finzione va a pezzi, e anche i suoi alleati si risvegliano; una rivelazione succede all'altra, con velocità crescente, e tutti i nodi della vicenda si sciolgono, fino a giungere all'inevitabile epilogo in cui il personaggio (ormai rinato) si scontra con il vecchio se stesso (fisicamente).
L'intensità del monologo di Scarlett raggiunge picchi notevoli, e ha un culmine memorabile nel suo risveglio, che concide con l'annientamento della sua famiglia fittizia: una scena di grande impatto, illustrata con una violenza traumatica nel suo stile
naive e sobrio fin quasi all'autocensura.