MeGrimlock
Admin
Messaggi: 9.356
Iscritto il: 21/06/2004
#p38753 • Pubblicato il:
23 Ott 2007, 09:01 Anteprima di un flashback del capitolo 4.
4.b.
Tutto era nato due Decacicli prima, quando Scavenger lo aveva convocato sul Goo numero 9283H, uno degli infiniti agglomerati di rifiuti che i Junkion, gli spazzini dello spazio, avevano disseminato in tutto il quadrante galattico. Goo 9283H, situato alla gelida periferia del sistema di Mahanneelvak, era talmente vasto, compatto e denso da risultare solido e avere persino un abbozzo di gravità.
Ma nessuna caratteristica di quel genere di luogo poteva anche solo risultare gradita. Per questo motivo, gli unici che riuscivano ad apprezzarli erano i Junkion (ma quello era normale: si trattava di una sottorazza Transformer balorda come nessun’altra). E, naturalmente, quel poveraccio di Scavenger.
A volte è veramente imbarazzante, pensava Hook, avanzando tra due pareti talmente alte di immondizia che gli sembrava di trovarsi sul fondo di un canyon della Terra.
Su entrambi i lati, c’erano strati e strati compressi dei materiali e oggetti più disparati: dalle paratie di astronavi agli scarti industriali tossici, il tutto amalgamato e compattato in una massa dalla consistenza stranamente omogenea, in contrasto con la chiara natura delle singole parti. La mescolanza di molecole di ogni genere e natura dava costantemente origine a nuovi e imprevedibili composti, che solo con l’applicazione del Goo (una sostanza gelatinosa neutralizzante) era possibile tenere sotto controllo, evitando che esplodessero o contaminassero interi sistemi planetari.
In fondo al canyon, lo attendeva Scavenger, in mezzo a pile ordinate di rifiuti recuperati e suddivisi per tipologia.
Non avrà mica scavato lui tutto questo canyon? Si chiese Hook, leggermente sconcertato.
“Temevo che non saresti venuto.” Gli disse Scavenger, correndogli incontro.
“Ma se sono in anticipo di dodici Breem sull’orario convenuto.”
“Eh, ma Scrapper mi fa sempre di questi scherzi, lasciandomi ad attendere per intere rivoluzioni planetarie. Ma ora, vieni, vieni.” Scavenger lo afferrò per un braccio e lo trascinò in un angolo più buio degli altri, dove il canyon faceva un’ansa.
Hook dovette resistere alla tentazione di scrollarselo di dosso. Con il suo perenne bisogno di approvazione, Scavenger era appiccicoso quanto una Energisuga e aveva un tocco altrettanto gradevole. “Già, Scrapper. Come mai hai chiamato me? Di solito è al nostro capo che mostri i tuoi preziosi reperti.”
“Eh, già, ma, come ti dicevo, ultimamente mi tratta veramente male e io mi sono stancato di essere umiliato. Tu, invece, mi hai sempre trattato con rispetto.”
“Io ho trattato te con rispetto?”
Scavenger annuì rapidamente, senza aggiungere altro.
E’ più folle che mai, pensò Hook. E io sono qui da solo con lui in questo luogo sperduto, senza che nessun altro lo sappia. Se tutto va bene, mi staccherà la testa e mi trasformerà in una delle sue collezioni di immondizia.
O forse stava dicendo la verità. Come Scrapper era solito insultare aspramente Scavenger, così Hook era invece solito mostrargli la più completa indifferenza, trattandolo alla stregua di un oggetto. Agli occhi di qualcuno complessato come Scavenger, questa indifferenza poteva benissimo essere scambiata per gelida cortesia.
D’altra parte, era necessario tenersi buono Scavenger: i suoi talenti di rilevazione e ricerca erano quasi ineguagliati, e in più era indispensabile per formare Devastator
Dopo un gran numero di svolte, giunsero in un angolo così profondo che la striscia di cielo visibile sopra di loro si era ristretta fino a escludere ogni illuminazione esterna. Passando agli infrarossi per penetrare l’oscurità melmosa, Hook vide finalmente l’oggetto recuperato e restò a bocca spalancata.
Scavenger aveva rimosso dalla parete, con infinita pazienza, innumerevoli e sottilissimi strati di detriti non identificabili, portando progressivamente alla luce (per modo di dire) una serie di protuberanze e sagome che erano divenute progressivamente sempre più familiari: la squadrata massa centrale di un torace, gambe lunghe e robuste, braccia massiccie e infine una testa che, in proporzione, risultava estremamente piccola.
Due sagome robotiche umanoidi si stagliavano ora nella parete. Erano ancora per metà affondate nella densa melma che la costituiva, ma la loro natura era innegabile: si trattava di due Transformer.
Hook li studiò attentamente, riconoscendo alcune caratteristiche dei giganteschi Pretoriani, celebre e antico gruppo di guerriery Cybertroniani, tipicamente al servizio dei Decepticon. La statura era ovviamente una di esse: quei due meccanoidi, assai più grandi di lui, potevano competere in dimensioni con i Dinobot stessi.
E anche in forza, si era detto Hook. Infinite possibilità gli erano balenate alla mente, dopo quell’osservazione.