Appartenente alla prima
wave della sottolinea
Hunt for the Decepticons giunta anche da noi in Italia,
Hubcap è uno dei due
scout (assieme al Decepticon
Brimstone) a beneficiare di un mold originale.
Il modello si presenta nella confezione in forma robotica, come è d’uso per la sua classe. Al pari dei modelli della linea
Generations, i legacci che fissano il modello all’interno della confezione sono di carta invece che di plastica con anima in metallo.
Estraendo il modello dall’involucro, si può constatare come
in forma robotica Hubcap possieda un livello di dettaglio della scultura normalmente riservato a esponenti di classi più blasonate: snello, alto (in media più di un normale scout), antropomorfo, il robot è dotato di un considerevole quantitativo di dettagli scolpiti (soprattutto su braccia e gambe). Caratteristico è l’elemento del busto, costituito dal frontale della modalità alternativa (con griglia del radiatore, fanali e paraurti in evidenza, il tutto in colorazione silver). Un piccolo simbolo autobot in nero campeggia a mò di gagliardetto appena sopra il radiatore.
Un ulteriore elemento di spicco in tale modalità è costituito dalle parti terminali dei tubi di scarico, anch’essi in silver, che corrono lungo gli avambracci. Dettagliata è anche la scultura della testa, il cui elemento caratteristico è la piastra facciale del modello, che risalta nella sua tonalità arancione (colore richiamato anche in alcuni dettagli delle ginocchia). Il resto delle parti robotiche è in due tonalità di grigio, mentre l’altro colore prevalente è quello della modalità alternativa (un rosso leggermente tendente al mattone).
Ottima
posabilità , data la presenza di numerose giunzioni che consentono al modello di assumere svariate pose. Il peso del modello è sufficientemente bilanciato da far sì che anche le pose più estreme non lo facciano cadere facilmente (un perno per la testa, due per le spalle, uno per le braccia, tre per le gambe, uno per i piedi).
In generale, colorazione e forme tondeggianti del modello contribuiscono a suggerire al fruitore l’idea di un robot “d’annata”, geniale creazione di qualche scienziato eccentrico della prima metà del secolo scorso. Meritevole come tale elemento sia un
trait d’union con la modalità alternativa di Hubcap. Meno meritevole il fatto che purtroppo tale sensazione si perda osservando il modellino da angolazioni diverse da quella frontale, a causa della presenza della carrozzeria della modalità alternativa frammentata lungo gli arti (e particolarmente dietro la parte superiore delle gambe, dove la capote dell’abitacolo si appoggia in modo lievemente antiestetico).
Considerata la dimensione di scout, peraltro, era illecito attendersi di piĂą.
La
trasformazione è decisamente semplice rispetto ad altri modelli della medesima classe (ad esempio
Brakedown della scorsa linea
N.E.S.T.): innanzi tutto si allineano le parti di carrozzeria presenti sul retro delle gambe e si ripiegano i piedi verso l’alto. Si uniscono le gambe agganciando i perni appositi della carrozzeria. Si sposta il gruppo radiatore/torace ruotandolo verso l’alto. Si piegano le spalle verso l’alto, avvicinandole tra loro in modo da posizionarsi davanti alla faccia del robot. Si distendono le braccia unendone le parti di carrozzeria. Si ripiegano leggermente all’indietro le gambe (tramite doppio snodo), in modo da fissare la carrozzeria con quella del tettuccio. Infine si avvicinano le braccia al corpo principale, fissandole opportunamente.
La
modalità alternativa di Hubcap è quella di una automobile anni ’30, dotata di quel fascino bombato e aerodinamico che solo certe Bugatti d’antan sanno possedere. Il grigio scompare totalmente a favore del rosso della carrozzeria, con la notevole eccezione del colore silver della parte anteriore dell’auto e delle marmitte, delle quali adesso risalta anche la connessione con il cofano. Compare infine il colore nero dei finestrini.
L’automobile risulta compatta e solida al tatto, e non presenta elementi distintivi della modalità robotica (come al solito, però, basta guardare al di sotto per notare braccia e gambe del robot; fortunatamente, la testa è parzialmente coperta dalle spalle e al limite può ruotare, anche se a fatica, in sede di trasformazione per nascondersi maggiormente).
L’automobile, sia per colore che per forma, sembra essere una dichiarata citazione alla modalità alternativa del personaggio G2
Volt (ma anche, in misura minore, del Micromaster
Greaser) da cui si differenzia solo per non aver il motore all’esterno del cofano.
La
valutazione di questo modello non può che essere positiva: Hubcap, malgrado non presenti una trasformazione da “alta ingegneria”, possiede indubbiamente una serie di ottime qualità (materiali, struttura, dettaglio) nonché un carisma invidiabile in entrambe le modalità .